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Gesualdo si presenta, nel maggio del 1970, alla galleria d’arte La
Pittorica di Enna.
In questa occasione, Edoardo Fontanazza, in nome della critica, lo
accoglie nella famiglia dei professionisti: “ nella sua pittura
avverti il senso delle solitudini siciliane, l’alito profondo
della terra, lo stimolo di una luce abbagliante che si sprigiona
dalle argille, dalle campagne calde di sole, dalla robba, dalle
case povere di periferia; avverti l’espressione di sentimenti
comuni a tutti, tracciati con pennellate e colpi di spatola rapidi
e decisi “.
La seconda mostra personale di Prestipino avviene, nel maggio del
1971, a Catania, è il periodo in cui l’artista approfondisce,
attraverso i ricordi personali di un’esperienza vissuta, il tema
dell’emigrazione. Sente la necessità di esprimere il disagio di
coloro che, valigia alla mano, lasciano sull’uscio di casa la
famiglia in lacrime, in cerca di migliori risorse economiche.
Gesualdo, come egli stesso mi confida, dipinge in questo periodo
con grande veemenza ragazze in riposo, madri e figli all’ombra di
grandi alberi, vie deserte con case di pietra antica che aspettano
il ritorno dell’emigrante.
“ La luce è innaturale, aggiunge Sposito, e per di più non è
prospettica; è un colore soffuso che si estende, proprio a mo’ di
luce, in tutto il quadro. Così le figure sempre appiccicate al
fondo, immobili nelle solitudini siciliane, senza alcun grado di
libertà “.
Con la terza personale, realizzata nel marzo del 1972, Gesualdo
ritorna a Enna, alla Galleria La Pittorica, con il tema
dell’attesa e della speranza.
In occasione di questa mostra, Alberto Cacciato, si lascia andare,
nella presentazione del catalogo, a Ricordi e impressioni
giovanili della campagna e della povera gente. Con una dolce mesta
nostalgia ritorna ai bei giorni delle emozioni e della speranza,
ai giorni che hanno dato a lui e all’amico Gesualdo l’esperienza
delle cose e dei sentimenti dell’arte.
A Gesualdo, continua Cacciato parlando delle opere esposte, gli
occhi della povera gente hanno rivelato malinconia e tenerezza;
malinconia di abbandono come nel figlio della madre di
Michelangelo, senza spasmi di dolore muscolare, senza ribellione,
né tensione collerica anticontestataria. |
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continua... |
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